Restaurato dell'Associazione Philip Morris Progetto Cinema

torna L'ARMATA BRANCALEONE

Regia di Mario Monicelli

Prodotto da Mario Cecchi Gori nel 1966, interpretato da Vittorio Gassman, Catherine Spaak, Gian Maria Volontè, Enrico Maria Salerno, Barbara Steel, Carlo Pisacane, Folco Lulli e Maria Grazia Buccella.



Speciale cinemotore - Foto Studio Lucherini Pignatelli








ASSOCIAZIONE PHILIP MORRIS PROGETTO CINEMA

L'Associazione Philip Morris Progetto Cinema, di cui è Responsabile Esecutivo Alessandra Giusti, nasce nel 1991 con l'intento di promuovere le potenzialità creative, le capacità imprenditoriali e lo straordinario patrimonio storico del cinema italiano, avvalendosi della collaborazione di importanti personalità nel campo della cultura cinematografica, le quali contribuiscono con la loro competenza e il loro impegno alla definizione e alla realizzazione dei programmi di attività.



In particolar modo, l'Associazione ha operato per la valorizzazione del cinema come grande spettacolo con le due edizioni del "Premio Critica e Pubblico per un Nuovo Cinema Italiano", assegnato nel 1991 al film VOLERE VOLARE di Maurizio Nichetti e nel 1992 a JOHNNY STECCHINO di Roberto Benigni; e le due edizioni del "Premio Cinema al Cinema", istituito per favorire il rinnovo delle sale cinematografiche nelle realtà decentrate.

Una fondamentale importanza riveste, inoltre, il programma basato sul restauro dei capolavori del cinema italiano, realizzato sotto la direzione di Giuseppe Rotunno, un'attività questa che l'Associazione Philip Morris Progetto Cinema ha avviato a partire dal 1992, nella consapevolezza che la riproposta di un grande film al pubblico contemporaneo consenta al tempo stesso di riflettere sulla storia e di rivivere le emozioni della nostra memoria collettiva.



In collaborazione con le più importanti istituzioni cinetecarie del nostro Paese, facendo ricorso ai migliori specialisti del settore e alle più sofisticate tecniche di laboratorio, l'Associazione Philip Morris Progetto Cinema ha dunque consentito di riportare a nuova vita e di rivedere nelle condizioni volute dagli autori opere indimenticabili come: LA SIGNORA DALLE CAMELIE, una delle più affascinanti interpretazioni di Francesca Bertini, restaurato nel 1992 in collaborazione con il Museo Nazionale del Cinema di Torino; LA TERRA TREMA, il capolavoro neorealistico diretto da Luchino Visconti, e SCIUSCIÀ, il film che commosse le platee di tutto il mondo facendo vincere a Vittorio De Sica il primo Oscar italiano, restaurati rispettivamente nel 1993 e nel 1994, in collaborazione con il Centro Sperimentale di Cinematografia (poi Fondazione Centro Sperimentale di Cinematografia) - Cineteca Nazionale; ancora, nel 1995, in collaborazione con il

Museo Nazionale del Cinema di Torino, IL CAPPOTTO di Alberto Lattuada, tratto dal racconto di Nikolaij Gogol', con Renato Rascel, che ha saputo offrire a un classico della letteratura un'indimenticabile interpretazione; mentre nel 1996, per la prima volta in Italia, l'Associazione Philip Morris Progetto Cinema ha realizzato un progetto di valorizzazione dei cortometraggi con SGUARDI D'AUTORE, dodici cortometraggi recuperati e restaurati, firmati da alcuni dei più importanti autori del cinema italiano: Michelangelo Antonioni, Luigi Comencini, Francesco Maselli, Gianfranco Mingozzi, Ermanno Olmi, Elio Petri, Gillo Pontecorvo, Giulio Questi, Dino Risi, Florestano Vancini, Luchino Visconti e Valerio Zurlini.



L'Associazione Philip Morris Progetto Cinema ha poi proseguito la propria attività di restauro riproponendo in collaborazione con la Fondazione Centro Sperimentale di Cinematografia - Cineteca Nazionale, nel 1997, IL BELL'ANTONIO di Mauro Bolognini, tratto dall'omonimo romanzo di Vitaliano Brancati, con una straordinaria coppia di attori, Marcello Mastroianni e Claudia Cardinale e, nel gennaio 1998, SIGNORE & SIGNORI di Pietro Germi, uno dei più significativi esempi di commedia all'italiana, che ha uno dei suoi punti di forza nella prova fornita da un nutrito gruppo di interpreti magistralmente diretti dal regista genovese.





Sempre nel 1998, l'Associazione Philip Morris Progetto Cinema, in collaborazione con la Fondazione Maria Adriana Prolo - Museo Nazionale del Cinema di Torino e la Ripley's Film, ha restaurato, dapprima, GLI SBANDATI di Francesco Maselli, che avvalendosi della splendida fotografia di Gianni Di Venanzo, evidenzia il raffinato gusto compositivo e la maturità espressiva del regista, all'esordio nel lungometraggio. Poi, nell' ambito della campagna "Adotta un film: 100 film da salvare", promossa dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri e dall'Associazione Nazionale dei Comuni Italiani, l'Associazione Philip Morris Progetto Cinema ha offerto il proprio contributo, assieme alla Regione Marche e al Comune di Ascoli Piceno, per il restauro del film I DELFINI, realizzato dalla Cristaldi Film in collaborazione con la Fondazione Scuola Nazionale di Cinema (poi Fondazione Centro Sperimentale di Cinematografia) - Cineteca Nazionale. Per la realizzazione de I DELFINI, Maselli, che ebbe tra i collaboratori alla sceneggiatura anche Alberto Moravia, diresse abilmente un cast di primissimo ordine, di cui facevano parte Anna Maria Ferrero, Tomas Milian, Claudia Cardinale, Gérard Blain, Antonella Lualdi, Sergio Fantoni, Claudio Gora.



Nel 1999 l'Associazione Philip Morris Progetto Cinema ha restaurato, in collaborazione con la Titanus e la Fondazione Centro Sperimentale di Cinematografia - Cineteca Nazionale, IO LA CONOSCEVO BENE, il capolavoro di Antonio Pietrangeli, interpretato da Stefania Sandrelli in quello che rimane uno dei vertici della sua prestigiosa carriera.

Nel gennaio 2000 l'Associazione Philip Morris Progetto Cinema ha realizzato, in collaborazione con la Fondazione Centro Sperimentale di Cinematografia - Cineteca Nazionale e con la International Picture Investments Limited, il restauro di UNA VITA DIFFICILE, con uno straordinario Alberto Sordi, diretto da Dino Risi, che, con questo film, ha firmato una delle più significative commedie nella storia del nostro cinema; nel maggio dello stesso anno l'Associazione ha proseguito la sua attività di restauro, in collaborazione con la Titanus e la Fondazione Centro Sperimentale di Cinematografia - Cineteca Nazionale presentando LA PRIMA NOTTE DI QUIETE, l'intenso e amaro mélo diretto nel 1972 da Valerio Zurlini, uno dei nostri registi più raffinati, avvalendosi della sensibile e partecipe interpretazione di Alain Delon nel ruolo del protagonista, il professore Daniele Dominici.



Nel 2001, con il restauro di C'ERAVAMO TANTO AMATI di Ettore Scola, l'Associazione Philip Morris Progetto Cinema ha scelto di entrare nel nuovo secolo e nel nuovo millennio riproponendo un capolavoro che riesce - come pochi altri - a far rivivere sullo schermo il senso della Storia e il valore del confronto fra presente e passato. Interpretato da Vittorio Gassman, Nino Manfredi, Stefano Satta Flores, Stefania Sandrelli, Giovanna Ralli e con la partecipazione di Aldo Fabrizi, il film di Scola cerca infatti di trarre un bilancio di trent'anni di storia italiana mettendo in scena le storie incrociate di tre amici, ex partigiani, che si trovano a dover operare un confronto - al contempo amarognolo e toccante - fra le illusioni e gli slanci della giovinezza e i compromessi e i cinismi della maturità. Dedicato dall'autore a Vittorio De Sica e intriso di omaggi al neorealismo e ai maestri del cinema italiano, è il titolo che l'Associazione Philip Morris Progetto Cinema ha ritenuto più idoneo - anche sul piano simbolico - per traghettare nel futuro il proprio impegno di recupero e di salvaguardia del grande cinema del passato.




Nel 2002, l'Associazione Philip Morris Progetto Cinema ha scelto di restaurare una delle più note e divertenti commedie postneorealistiche, PANE, AMORE E FANTASIA, diretta da Luigi Comencini nel 1953. Il film, campione di incassi e prototipo di un fortunatissimo filone di pellicole, si basa su una solidissima sceneggiatura, scritta dal regista insieme a Ettore Maria Margadonna tenendo costantemente presente il modello della commedia classica settecentesca, ma anche con l'intento di scoprire i contrasti e le contraddizioni di una realtà italiana ancora in buona parte legata a una dimensione paesana. Uno degli oggettivi punti di forza di PANE, AMORE E FANTASIA è costituito dal ricchissimo cast, mirabilmente diretto dal maestro Comencini avvalendosi di eccellenti caratteristi accanto ai due splendidi protagonisti, Gina Lollobrigida e Vittorio De Sica, rispettivamente nei panni della "Bersagliera" e del maresciallo Carotenuto.



Nel 2003 l'Associazione Philip Morris Progetto Cinema, con il patrocinio del Comune di Roma, ha promosso il restauro di UNA GIORNATA PARTICOLARE (1977), considerato da molti il capolavoro di Ettore Scola e la prova di interpretazione più intensa e convincente della coppia Sophia Loren e Marcello Mastroianni. Qui troviamo i due grandi attori rispettivamente nei panni della casalinga frustrata Antonietta e dell'annunciatore radiofonico Gabriele, licenziato e in procinto di essere inviato al confino perché omosessuale.



Fra queste due anime perse avviene un fuggevole, struggente incontro, che si svolge nel rispetto dell'unità di luogo (un grande condominio romano) e di tempo (il venerdì 6 maggio 1938, il giorno più spettacolare della visita ufficiale di Adolf Hitler nella capitale). Per il carisma e la bravura degli interpreti (Mastroianni venne candidato all'Oscar), per la sottigliezza dolceamara della sceneggiatura scritta da Scola e Ruggero Maccari con la collaborazione di Maurizio Costanzo, per la rigorosa essenzialità della messa in scena, UNA GIORNATA PARTICOLARE ottenne un grande consenso di pubblico e di critica sia in Italia che all'estero. Inoltre la sua struttura di "kammerspiel" gli assicurò, nella versione teatrale di Gigliola Fantoni, un durevole successo sui palcoscenici di tutto il mondo, dove continua a essere regolarmente presentata.





Sensibile all'appello lanciato a Venezia nel 2002, nel corso della presentazione della Personale completa delle opere di Michelangelo Antonioni alla Mostra del cinema,dal curatore Carlo di Carlo, l'Associazione Philip Morris Progetto Cinema nel 2004, ancora una volta con il patrocinio del Comune di Roma, ha privilegiato il restauro del primo film del Maestro CRONACA DI UN AMORE (1950), il cui negativo originale andò irrimediabilmente perduto nel 1989 nel corso di un incendio. CRONACA DI UN AMORE, esordio singolare ed eccezionale di Michelangelo Antonioni che suscitò subito alla sua prima apparizione un grande interesse per il talento, il rigore, la carica espressiva e lo stile del suo autore, rimane uno dei suoi film più importanti. A interpretare la storia di un classico triangolo (lui, lei, l'altro) nell'alta società milanese di Via Montenapoleone, Antonioni sceglie Lucia Bosè, ex Miss Italia che trasforma in una vamp nelle tradizioni del divismo italiano e la rivela come il volto nuovo del nostro cinema. Accanto a lei Massimo Girotti, già interprete di OSSESSIONE, di CACCIA TRAGICA e IN NOME DELLA LEGGE che con questa nuova prova si impone definitivamente come uno degli attori principali del cinema italiano. Con CRONACA DI UN AMORE si parla per la prima volta di "realismo interiore" e di una tecnica narrativa inconsueta in stretto rapporto con l'intimismo del racconto, della nascita dello stile Antonioni, dell'originalità del linguaggio dell'inquadratura lunga (il piano sequenza) e anche di uno sconcertante commento musicale basato sul suono esasperante di un sassofono.



Nel 2005 l'Associazione Philip Morris Progetto Cinema decide, su indicazione di uno dei suoi soci fondatori, Giuseppe Tornatore, di restaurare, con il patrocinio del Ministero per i Beni e le Attività Culturali, uno dei più grandi successi di critica e di pubblico in tutta la storia del cinema italiano: L'ARMATA BRANCALEONE di Mario Monicelli, il cui negativo originale versava in cattive condizioni. A sancire questa convergenza tra chi è interessato al cinema come arte e gli spettatori paganti, non abituale per il nostro cinema, convergono la sceneggiatura piena di invenzioni, la regia attenta a valorizzare il protagonista Vittorio Gassman ma anche la coralità degli interpreti, i costumi immaginifici, la musica indimenticabile. Per la prima volta il Medioevo esce dallo stereotipo dei cavalieri e delle dame e ci mostra crudeltà e miseria pur con lo sguardo divertito e divertente della commedia. E dietro questo successo non a caso hanno un ruolo, oltre allo straordinario comparto artistico, anche due professionisti attenti e inventivi quali Mario Cecchi Gori (che ha voluto il film) e Goffredo Lombardo (che lo ha distribuito con la Titanus), ai quali Alessandra Giusti ha voluto che l'opera letteraria, che accompagna il restauro, fosse dedicata.

L'Associazione Philip Morris Progetto Cinema è convinta che il cinema viva soprattutto a contatto con il pubblico degli appassionati, che ne costituisce il naturale destinatario; per questo, le copie restaurate dei film continuano ad essere proiettate nelle più importanti città italiane ed estere, dove il pubblico ha dimostrato con la sua entusiastica partecipazione che la vita e la validità dei capolavori del cinema superano l'avvicendarsi delle mode.



L'ARMATA BRANCALEONE

Regia: Mario Monicelli

Soggetto e sceneggiatura: Age (Agenore Incrocci), Furio Scarpelli, Mario Monicelli

Musica: Carlo Rustichelli

Direttore della fotografia: Carlo Di Palma

Montaggio: Ruggero Mastroianni

Scenografia e costumi: Piero Gherardi

Produzione: Mario Cecchi Gori per Fair Film (Italia)/Les Films Marceau (Francia)

Distribuzione: Titanus

Italia 1966

Durata 120'



Interpreti e personaggi

Vittorio Gassman (Brancaleone da Norcia), Catherine Spaak (Matelda), Gian Maria Volontè (Teofilatto), Enrico Maria Salerno (Zenone), Folco Lulli (Pecoro), Maria Grazia Buccella (la vedova), Barbara Steele (Teodora), Carlo Pisacane (Abacuc), Ugo Fangareggi (lo svedese), Alfio Caltabiano (il cavaliere), Pippo Starnazza, Fulvia Franco, Luis Induni, Gian Luigi Crescenzi.

Premi e riconoscimenti:

Nastro d'argento per la migliore musica: Carlo Rustichelli

Nastro d'argento per la migliore fotografia a colori: Carlo Di Palma

Nastro d'argento per i migliori costumi: Piero Gherardi





L'ARMATA BRANCALEONE

Sinossi Un villaggio di miserabili, nei pressi dei ruderi di un acquedotto romano, è assalito da un gruppo di mercenari provenienti dal nord Europa. La scena è molto diversa da quelle che siamo abituati a vedere nei film in costume. Non ci sono quasi urla o pianti o invocazioni di aiuto, le morti sono crudeli e dolorose, un mercenario divora pulcini vivi e altri non hanno nessuna pietà di uomini e donne inermi, che a loro volta muoiono quasi senza un grido. Un mercenario, in modo malaccorto, recide il braccio a un collega che cerca di tenere fermo un malcapitato per decapitarlo. Un contadino piuttosto corpulento, Pecoro, e un ragazzino trovano rifugio dentro una botte mentre attorno a loro lo scontro procede. Improvvisamente, da lontano si staglia la figura di un cavaliere vestito di nero che si avventa sui mercenari e comincia a menare strage. Non lo fermano le molte frecce a lui indirizzate, che si conficcano nella corazza, e neanche i frequenti scontri con la spada nei quali dimostra la sua grande superiorità. Lo ferma invece un sasso che lo colpisce al capo e lo mette fuori combattimento. Le sue spoglie diventano oggetto di razzia da parte di tre persone: un mercenario, lo svedese, che già abbiamo visto mozzare per sbaglio un braccio e i due abitanti del villaggio che in precedenza si erano nascosti dentro la botte.

I tre, con il bottino in mano, si recano subito da Abacuc, ladro e ricettatore ormai avanti negli anni che vive all'interno di una bara con le ruote. Questi si rende conto che, al di là del valore di vestiti e oggetti trafugati al cavaliere che è stato tramortito e gettato nel fiume, può avere grande valore una pergamena imperiale che conferisce al cavaliere che ne è in possesso il diritto di dominare sul feudo di Aurocastro nelle Puglie. Abacuc convince gli altri a unirsi a lui e a cercare un cavaliere cui dare la pergamena e con il quale condividere i vantaggi. Poco lontano è accampato un gruppo di cavalieri e tra questi Brancaleone da Norcia, pieno di sé ma di fatto conducente una vita miserevole, con un'armatura piena di rattoppi e un ronzino di color giallo che fa sempre l'esatto opposto di quanto gli viene ordinato. Brancaleone disprezza l'offerta perché si accinge ad affrontare un torneo che vede coinvolti i pretendenti a una principessa. Ma il torneo si conclude con un clamoroso insuccesso per lui, disarcionato per un ennesimo ammutinamento del cavallo tra le risate generali. A quel punto Brancaleone accetta l'offerta e si avvia con il gruppo, che proclama essere la sua armata.

Il primo importante incontro del gruppo è con un nobile bizantino debosciato, Teofilatto, con il quale Brancaleone affronta un lungo e defatigante duello dove via via cambiano le armi e diminuisce l'aggressività dello scontro. Alla fine Teofilatto propone di effettuare un finto rapimento in modo di chiedere un riscatto alla sua famiglia, e si unisce al gruppo. L'armata così costituita giunge in un villaggio dentro il quale non c'è anima viva ma sono tante e notevoli le masserizie a disposizione, tant'è vero che iniziano immediatamente a radunare quante più cose possibili da portare via. Brancaleone si allontana e incontra una seducente castellana che gli si offre. Il cavaliere inizia le schermaglie amorose che subito interrompe quando capisce che la donna è rimasta sola perché gli altri abitanti sono fuggiti o defunti in quanto il castello è stato colpito dalla peste. Fuga precipitosa del gruppo, che una volta lontano compie ogni esorcismo possibile nei confronti del tremendo e contagioso male.

Ma il viatico più credibile per sfuggire alla peste è fornito da Zenone, uno strano monaco esaltato che guida un gruppo di straccioni flagellanti che si dirige a piedi verso la Terrasanta. Zenone garantisce loro che non saranno colpiti dal male se faranno professione di fede, e l'armata non se lo fa ripetere due volte. La fiducia nel monaco è fatale per il più corpulento del seguito di Brancaleone, che precipita in un fiume sfondando le assi di un ponte, Zenone attribuisce quanto accaduto alla presenza di una persona non battezzata, l'ebreo Abacuc, che viene obbligato a trovare battesimo nelle acque gelide di un torrente. Poco dopo lo stesso Zenone sfida la resistenza di un ponte e precipita in un fiume scomparendo. Il gruppo si divide e Brancaleone con gli altri riprende il proprio cammino.

L'incontro successivo è quello con Matelda, nobile principessa promessa sposa il cui convoglio è stato assalito da un gruppo di briganti. In punto di morte, il suo nobile padre chiede a Brancaleone di scortarla illibata verso il matrimonio. Questi accetta, rifiutando ogni offerta sempre più esplicita da parte di Matelda che si allontana con un espediente assieme al più disponibile Teofilatto. Il matrimonio si svolge con grande dispendio di mezzi e con un grande banchetto al quale il gruppo partecipa con ardore; ma quando lo sposo si apparta con Matelda e la scopre non illibata lei accusa di quanto è avvenuto proprio Brancaleone. Inutili i suoi tentativi di discolparsi e un duro scontro che lo contrappone ai fedeli dello sposo: catturato, Brancaleone viene condannato a morire di fame e sete rinchiuso in una gabbia. Da questa gabbia verrà fatto evadere proprio dai suoi fidi, che hanno anche arruolato un fabbro aspirante suicida per disillusione d'amore. Brancaleone tenterà ancora di riconquistare Matelda, scoprendo però che costei ha scelto di rinchiudersi in convento.

Seguendo le indicazioni di Teofilatto, il gruppo raggiunge la sua nobile famiglia bizantina presso la quale si presenta in catene. Il finto rapimento è finalizzato alla riscossione di un riscatto, Abacuc conduce la trattativa mentre Brancaleone è attratto dall'avvenenza di Teodora, sorella di Teofilatto che lo attira in un convegno amoroso. Ma la principessa, perversa come il resto della famiglia, è dedita al sadomasochismo, pratica che non piace in modo particolare a Brancaleone che infatti fugge proprio mentre la famiglia rifiuta di pagare qualsiasi riscatto. Nel frattempo, il gruppo ritrova Pecoro, che dopo essere stato salvato da un'orsa aveva iniziato a convivere more uxorio con l'animale in una grotta, e perde il vecchio Abacuc, che spira serenamente dopo gli ennesimi disagi provocati questa volta da una tempesta di neve.

Quando l'armata giunge ad Aurocastro nelle Puglie, il feudo è sottoposto all'assalto da parte di un gruppo di pirati. Brancaleone e i suoi ingaggiano battaglia, ma hanno quasi subito la peggio. A salvarli giunge proprio il cavaliere che all'inizio della vicenda era stato colpito, derubato e dato per morto. I pirati sono in fuga ma per il gruppo si prepara una durissima punizione alla quale sono sottratti da Zenone, il monaco redivivo che riprende il suo cammino verso la Terrasanta, potendo nuovamente contare sulla partecipazione più o meno entusiasta di Brancaleone e dei suoi.



MARIO MONICELLI

Nato a Roma da una famiglia proveniente da Viareggio, Monicelli inizia giovanissimo a interessarsi al cinema e con il cugino Alberto dirige nel 1935 I ragazzi della via Paal, un film in 16mm che si aggiudica un riconoscimento alla Mostra di Venezia di quell'anno. Per premio, Monicelli può essere l'assistente del famoso regista ungherese Gustav Machaty sul set di Ballerine, un melodramma che lo lascia molto perplesso. Fino allo scoppio della seconda guerra mondiale, Monicelli collabora comunque con molti registi e diventa amico di Steno (così si firmava l'umorista Stefano Vanzina) con il quale inizia a formare una coppia molto affiatata. Appena terminata la guerra, Steno e Monicelli firmano in coppia alcuni dei più importanti successi del cinema del periodo, da Aquila nera (di Riccardo Freda, 1946) a Totò al Giro d'Italia (di Mario Mattoli, 1948). Insieme, Steno e Monicelli giungono a firmare oltre dieci film all'anno e inaugurano un sistema di lavorazione a catena che vede coinvolti anche altri sceneggiatori, quasi tutti provenienti dalle riviste umoristiche: Age e Scarpelli, Metz e Marchesi, Scola e Maccari. Proprio per il loro sicuro professionismo e per la capacità di rispettare i tempi concitati delle lavorazioni, Steno e Monicelli iniziano nel 1949 un'attività di registi che ben presto assorbirà quasi completamente le loro energie.

Il primo film diretto dalla coppia è Totò cerca casa, dove si riprende l'attore comico più famoso del momento collocandolo però sullo sfondo di una vicenda quasi realistica. La critica si accorge dei due nuovi registi quando propongono Vita da cani, commovente commedia a sfondo drammatico ambientata nel mondo dell'avanspettacolo, e quando Guardie e ladri (interpretato dalla coppia Totò - Aldo Fabrizi) viene scelto per rappresentare l'Italia al festival di Cannes. Con il passare degli anni, si precisano sempre di più i caratteri divergenti di Monicelli e Steno, che resteranno comunque amici per tutta la vita, pur avendo separato i propri destini lavorativi nel 1952. Steno infatti preferisce storie più facili e più inclini verso la comicità, lavorando inoltre con un ritmo molto superiore. Monicelli preferisce invece una commedia che abbia sempre più chiari dei precisi punti di riferimento sul piano politico e sociale, dirigendosi sempre più esplicitamente verso la satira.

Questa scelta è già rintracciabile in un film con Totò, Totò e Carolina (1953, ma uscito nel 1955) che ebbe notevoli problemi con la censura perché l'attore napoletano è calato in una vicenda dove si parla di figli illegittimi e dove il soccorso a una sventurata ragazza madre arriva da un gruppo di scioperanti. Con il passare degli anni Monicelli affina sempre di più il proprio talento come regista e si distingue perché ama lavorare con un gruppo di attori sempre composito e ampio, servito da una sceneggiatura che valorizzi al meglio le loro singole capacità. È quanto avviene con Il medico e lo stregone (1957) dove utilizza contemporaneamente Vittorio De Sica, Marcello Mastroianni, Alberto Sordi, Franca Valeri e molti altri ancora, e soprattutto con I soliti ignoti (1958), prodotto da Franco Cristaldi e vera e propria data d'inizio del periodo d'oro per la commedia all'italiana. Con un gruppo inimitabile d'attori guidato da Marcello Mastroianni e da Vittorio Gassman (questi per la prima volta utilizzato, tra le perplessità generali, in una commedia, dopo essere stato il cattivo di tanti melodrammi in seguito al grande successo di Giuseppe De Santis Riso amaro), Monicelli con Age e Scarpelli scrive una storia al tempo stesso irresistibilmente comica e fortemente drammatica (per la prima volta c'è ad esempio un personaggio che muore in circostanze drammatiche all'interno di una commedia), fotografando un'Italia nuova che si sta manifestando e inventando a tavolino con i suoi fidi sceneggiatori un vero e proprio slang usato dalla malavita.

Il successo di I soliti ignoti è bissato l'anno successivo da La grande guerra, Leone d'oro ex-aequo al festival di Venezia. Interpretato da Alberto Sordi e da Vittorio Gassman (cioè dai due attori di commedia in quel momento più in auge), Monicelli descrive come non era mai avvenuto al cinema un fatto storico come la prima guerra mondiale non come una carrellata di eroismi ma come un massacro di persone che vengono mandate allo sbaraglio. In particolare, la fucilazione finale dei due protagonisti è un vero e proprio shock per il pubblico ma anche il miglior sintomo che il costume italiano è molto cambiato e che il cinema (soprattutto la commedia) lo sa registrare con grande intelligenza. Hanno meno successo altri due film molto interessanti quali Risate di gioia (1960) e I compagni (1962), ma Monicelli ritrova il favore del grande pubblico con un altro film straordinariamente innovativo quale L'armata Brancaleone (1966) - restaurato dall'Associazione Philip Morris Progetto Cinema (2006). Completano i suoi film significativi per l'evoluzione del costume La ragazza con la pistola (1968), interpretato da Monica Vitti e Il frigorifero (1970), episodio di Le coppie anch'esso incentrato sulla Vitti.

Nel 1975 esce sugli schermi Amici miei, ed è subito un grande successo. In quell'anno infatti Lo squalo di Steven Spielberg è campione d'incassi in tutto il mondo ma non in Italia, dove vince per l'appunto la commedia ispirata a un progetto di Pietro Germi ma rielaborata da Monicelli in modo molto personale. Al di là del puro risultato commerciale, l'episodio è significativo per constatare come a metà degli anni Settanta, prima delle liberalizzazioni televisive e della conseguente crisi del cinema, il prodotto italiano sia ancora molto competitivo rispetto ai kolossal della Nuova Hollywood. Nel 1977 Monicelli ritrova Alberto Sordi per una commedia cupa e senza speranza che in qualche modo può indicare simbolicamente la fine di quel periodo d'oro del cinema italiano iniziato proprio con I soliti ignoti: stiamo parlando di Un borghese piccolo piccolo, tratto da un bel romanzo di Vincenzo Cerami, film amaro e crepuscolare ma proprio per questo riuscito e affascinante, premiato con un grande successo.

L'insuccesso di un film garbato e intelligente come Temporale Rosy, interpretato nel 1979 da Gerard Depardieu e pensato da Monicelli per il mercato internazionale, spinge il regista verso un periodo di film più facili e meno significativi, come Il marchese del Grillo (interpretato nel 1982 da Alberto Sordi) e un poco efficace seguito di Amici miei. Ma nel 1987 Monicelli ritrova pienamente il suo stato di grazia proponendo Speriamo che sia femmina, film collettivo, questa volta al femminile, che riunisce grandi attrici di differenti generazioni (Liv Ullman, Catherine Deneuve, Stefania Sandrelli, Giuliana De Sio, Lucrezia Lante della Rovere) e ottiene un successo straordinario. Più di recente Monicelli ha operato altre riduzioni da opere letterarie (ad esempio Il male oscuro, 1988), ha lavorato per la televisione (Come quando fuori piove, interpretato da Claudia Pandolfi nel 2000), ha affrontato regie teatrali e liriche, ha fatto l'attore o prestato la propria voce per altri uomini di cinema (ad esempio per il giovane toscano Leonardo Pieraccioni), si è impegnato in molte battaglie politiche e civili (in particolare contro la censura cinematografica), ha ricevuto il Leone d'oro alla carriera a Venezia e innumerevoli altri riconoscimenti ed omaggi in Italia e all'estero. Tutti impegni che Monicelli affronta con straordinaria freschezza, lucidità e impegno militante, senza mettere da parte nuovi progetti di film.



VITTORIO GASSMAN

Nasce a Genova. La sua famiglia si trasferisce ben presto a Roma dove Vittorio compie gli studi al liceo Tasso e all'Accademia d'arte drammatica. La sua attività come attore inizia nel 1943 a teatro, quando non ha ancora conseguito il diploma presso l'Accademia, e quasi subito diventa uno dei giovani attori italiani più importanti e conosciuti, rendendosi famoso nell'immediato dopoguerra per una riduzione teatrale di Un tram chiamato desiderio di Tennessee Williams e per la sua partecipazione attiva a molte compagnie teatrali quale quella che dirige assieme a Squarzina. Sono innumerevoli i riconoscimenti che premiano questa sua grande passione, che non si interrompe nemmeno quando il cinema gli conferisce quella notorietà che il teatro non ha mai potuto proporgli. Il grande pubblico può comunque apprezzare le sue doti di attore profondamente legato al palcoscenico sia per il grande successo dei suoi tantissimi spettacoli, sia per le numerose riprese televisive e per gli adattamenti degli stessi, operati per il piccolo schermo. In televisione, infatti, Gassman intravede soprattutto un mezzo particolarmente adatto per la diffusione del teatro, e con tale approccio caratterizza le proprie apparizioni televisive.

La carriera cinematografica di Vittorio Gassman è parimenti ricca e piena di avvenimenti. Il suo esordio nel cinema avviene nel 1946, e già nel 1948 ha un primo importante ruolo di protagonista: è Giacomo Casanova in Il cavaliere misterioso di Riccardo Freda, film prodotto dalla Lux con dovizia di mezzi che esaltano le avventure mozzafiato, le scene d'azione e le tante belle attrici che vi partecipano. Ma forse il primo film che lo colloca per un certo periodo all'interno dello star system che faticosamente cerca di rifondarsi nell'Italia del dopoguerra è Riso amaro (1949), il capolavoro neorealista firmato da Giuseppe De Santis che coniuga insieme la denuncia sociale tipica del neorealismo, l'epica delle scene collettive caratteristica del realismo sovietico, e quella passione erotica per il cinema e le belle inquadrature che rendono tipico il prodotto hollywoodiano. In quel film, Gassman è un cattivo bello, cinico e spietato che porta alla perdizione una esordiente, anch'essa destinata a una lunga e brillante carriera, Silvana Mangano.

Da quel momento si moltiplicano i suoi ruoli di seducente mascalzone non solo in film italiani quali Tradimento di Riccardo Freda (1951) o La tratta delle bianche di Luigi Comencini (1952), ma anche in grandi produzioni internazionali quali Mambo di Robert Rossen (1954) e soprattutto Guerra e pace di King Vidor (1955). L'attività prosegue intensa ma nel 1948, con un vero e proprio colpo di teatro, Gassman modifica completamente la propria immagine e i ruoli che da quel momento in poi ricoprirà. Mario Monicelli lo propone infatti al produttore Franco Cristaldi per il ruolo di protagonista in I soliti ignoti, film destinato a un grandissimo successo in Italia e all'estero, come provano gli innumerevoli remake e adattamenti. Il ruolo pensato per lui è quello di un pugile che tartaglia e che ha il naso sfondato, nonché il cervello ritardato per i colpi subiti: insomma, una parte molto diversa da quelle di nobile altero e cattivo ricoperte in tanti film in costume. Il pericolo che Gassman non sia nel suo ruolo giusto viene paventato da molti, tant'è vero che Monicelli giunge a modificargli leggermente i lineamenti del volto con del cotone quasi a sottolineare il nuovo inizio della sua carriera. Ma la sua verve è decisiva per il successo del film e per la sua nuova carriera come attore brillante, capace di sconfinare nel drammatico, proprio come avviene l'anno successivo con La grande guerra diretto ancora da Monicelli e premiato a Venezia con il Leone d'oro ex-aequo.

L'immagine di Gassman è adesso quella dell'attore che meglio di ogni altro può impersonare l'uomo nuovo che caratterizza l'Italia del boom economico, della nuova opulenza, del mito chiassoso del successo ad ogni costo. Forse il film più caratteristico di questa tendenza del cinema italiano e in particolare della commedia è Il sorpasso (1962, di Dino Risi), dove in coppia con Trintignant interpreta un italiano pronto alla sopraffazione e al lazzo, incapace di accettare regole, caratterizzato da un vitalismo continuo, che cela neanche troppo bene un certo disprezzo nei confronti degli altri. Insomma, un personaggio antipatico reso però irresistibile dalla sua straordinaria caratterizzazione che si ripeterà in molti altri film, quali I mostri (di Dino Risi, 1963), Il gaucho (di Dino Risi, 1964) e La congiuntura, diretto nello stesso anno da Ettore Scola. In L'armata Brancaleone (Mario Monicelli, 1966) - restaurato dall'Associazione Philip Morris Progetto Cinema (2006), Gassman sembra parodiare i vecchi ruoli da lui ricoperti in tanti film storici in costume, mentre Il tigre e Il profeta (entrambi diretti nel 1967 ancora da Risi) diventano ben presto altri titoli paradigmatici della sua carriera.

Negli anni Settanta i ruoli interpretati da Gassman sono ancora più significativi del clima sociale che attraversa l'Italia di quel periodo. In nome del popolo italiano di Dino Risi (1971) lo vede in un ruolo di canaglia contemporanea proprio come avviene in C'eravamo tanto amati di Ettore Scola (1974) - restaurato dall'Associazione Philip Morris Progetto Cinema (2001), dove interpreta magistralmente un uomo che ha venduto senza ritegno il proprio passato per ottenere un successo che non lo soddisfa più. Ha molti consensi all'estero Profumo di donna di Dino Risi (1974), mentre Un matrimonio di Robert Altman (1978) è l'ennesima controprova della sua notorietà a livello mondiale. Altri film lo vedono riproporre con ironia i ruoli che lo hanno reso famoso, come I nuovi mostri (1977), La terrazza di Scola (1979) e il sottovalutato I soliti ignoti vent'anni dopo di Amanzio Todini (1985). Si intensificano anche le sue partecipazioni a film stranieri con registi come Burt Reynolds, Barry Levinson, Paul Mazurski e molti altri, sapientemente alternati ad affettuose partecipazioni in film di esordienti italiani. > Muore a Roma nel giugno del 2000.

La lista dei premi ottenuti nella sua lunga carriera da Vittorio Gassman è praticamente sterminata. Grolla d'oro per Kean (1956) e per Profumo di donna (1974), ottiene nel 1979 quel riconoscimento per il complesso della sua carriera. I nastri d'argento lo premiano nel 1959 per I soliti ignoti, nel 1963 per Il sorpasso, nel 1975 per Profumo di donna e nel 1990 per Lo zio indegno. Otterrà poi il David di Donatello per La grande guerra, La congiuntura, Il tigre, Profumo di donna, Caro papà e La famiglia. Va inoltre ricordato che Profumo di donna gli è valso anche la palma d'oro come miglior attore a Cannes nel 1975.





GIAN MARIA VOLONTÈ

Nato a Milano e morto a Florina, in Grecia, nel 1994, inizia giovanissimo a lavorare in teatro e, ben prima di poter frequentare l'Accademia d'Arte Drammatica, lo troviamo esibirsi in compagnie amatoriali e moltiplicare le proprie apparizioni che lo fanno notare per la recitazione esuberante e per la forte caratterizzazione che conferisce ai personaggi che deve interpretare. Nel 1959 diventa improvvisamente molto famoso per L'idiota di Dostoevskji che interpreta in una riduzione televisiva di grande successo, e subito dopo lo vediamo apparire anche al cinema. Lo si nota già in La ragazza con la valigia diretto nel 1960 da Valerio Zurlini e in Il terrorista di Gianfranco De Bosio (1963), ma la vera notorietà arriva soprattutto grazie all'enorme e inatteso successo di Per un pugno di dollari, diretto nel 1964 da Sergio Leone, il film che darà il via al fortunato ciclo dei western all'italiana. Da quel momento, Volontè diventa uno degli attori italiani più richiesti e più noti nel mondo, una specie di icona per il nuovo cinema degli anni. E questo anche perché, nonostante il suo impegno politico dichiarato che lo porta a militare esplicitamente nelle organizzazioni di sinistra e ad esporsi in molte battaglie politiche di quel periodo, Volontè è sempre disposto a mettersi in gioco e a privilegiare la novità dei ruoli e delle interpretazioni rispetto al coefficiente di correttezza politica del ruolo che gli è proposto: e questo per stare dietro alla propria indole inquieta e sempre propensa alla ricerca, oltre alla grande passione per il mestiere di attore. Proprio per questo è diventata quasi una leggenda la sua maniera di prepararsi sulle sceneggiature dei film che si accingeva a girare, sottolineando con colori diversi le battute a lui destinate per meglio preparare le diverse tonalità della voce e le varie espressioni del volto. Di conseguenza, nella sua filmografia hanno uguale importanza i western (quali Quien Sabe? di Damiano Damiani, 1966 o Faccia a faccia di Sergio Sollima, 1967) e i film di esplicito impegno quali Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto di Elio Petri (1969), Sacco e Vanzetti di Giuliano Montaldo (1970) o Il sospetto di Francesco Maselli (1975), i film di ricerca quali Vento dell'Est di Jean-Luc Godard (1969), Sotto il segno dello Scorpione di Paolo e Vittorio Taviani (1970) o Sbatti il mostro in prima pagina (di Marco Bellocchio, 1972), i noir come Le cercle rouge di Jean-Pierre Melville (1970) o le commedie quali Il ragazzo di Calabria di Luigi Comencini (1987). Sono molto importanti anche i suoi contributi al cinema militante, ad esempio il documentario sull'anarchico Giuseppe Pinelli morto in circostanze poco chiare nella questura di Milano dopo la strage di piazza Fontana. D'altro canto, il divertente ruolo ricoperto in L'armata Brancaleone - restaurato dall'Associazione Philip Morris Progetto Cinema (2006), diventa a sua volta una sorta di paradigma per un modo nuovo di interpretare una parte comica, altro insegnamento che Volontè ha consegnato alla storia del cinema italiano; mentre, a differenza di molti suoi colleghi, ha sempre scelto di rifiutare parti anche molto vantaggiose sul piano economico quando non era convinto che potessero essere adatte a lui. Ha lavorato di preferenza con alcuni registi, soprattutto Elio Petri e Francesco Rosi (1972, Il caso Mattei) proprio perché sono stati molto attenti ad offrirgli ruoli sempre diversi che sapessero solleticare la sua naturale inquietudine che lo ha spinto per tutta la carriera a ricercare sempre nuove esperienze. E' morto dopo aver girato alcune scene di Lo sguardo di Ulisse, uno dei film più ambiziosi del regista greco Theo Angelopoulos.





ENRICO MARIA SALERNO

Nato a Milano e morto a Roma nel 1994, esordisce giovanissimo a teatro con ruoli che diventano progressivamente sempre più importanti fino a caratterizzarsi per tutti gli anni Cinquanta come uno dei giovani attori più versatili e attivi, sapendo essere a suo agio con classici quali Shakespeare e Shaw così come con autori contemporanei quali Diego Fabbri o Pirandello. Ma il suo cavallo di battaglia pare essere il teatro russo, e infatti le sue interpretazioni più frequenti risultano essere quelle da Cechov e Dostoevskji, sempre coronate da un ottimo successo di critica e di pubblico. Di lui piace soprattutto la recitazione asciutta e moderna, la capacità di cambiare con grande frequenza ruolo e personaggio, l'ironia con cui affronta i ruoli più leggeri e la partecipazione emotiva che caratterizza quelli più drammatici. Farà per lungo periodo compagnia assieme a Sbragia e a Garrani. Al cinema, Salerno si avvicina con piccoli ruoli ma soprattutto grazie allo stupendo timbro di voce che lo porta a doppiare attori importanti quali il Farley Granger di Senso (1954, di Luchino Visconti) o ad essere la voce narrante in Guerra e pace (1955, di King Vidor). Per quanto riguarda le interpretazioni, dopo una serie di piccole parti ricoperte negli anni Cinquanta lo troviamo più a suo agio nel decennio successivo quando deve interpretare ruoli di borghese in crisi: ad esempio il gerarca fascista di Estate violenta di Valerio Zurlini (1960), il farmacista di La lunga notte del '43 di Florestano Vancini (1960, il film che gli varrà il Nastro d'Argento come attore non protagonista), il marito vacanziero di L'ombrellone (di Dino Risi, 1964), l'attore egocentrico di Io la conoscevo bene (di Antonio Pietrangeli, 1965) - restaurato dall'Associazione Philip Morris Progetto Cinema (1999), l'intellettuale deluso di Le stagioni del nostro amore (di Florestano Vancini, 1966). Contemporaneamente la sua popolarità cresce anche perché nel 1967 ha un enorme successo la rivista musicale di Garinei e Giovannini che lo vede protagonista assieme alle gemelle Kessler, Viola, violino e viola d'amore, mentre nel 1970 presenta il festival di Sanremo in coppia con Ira Furstenberg. Due ruoli brillanti che sicuramente sono stati originati dal grande successo ottenuto interpretando il monaco Zenone in L'armata Brancaleone - restaurato dall'Associazione Philip Morris Progetto Cinema (2006), un ruolo da lui fortemente voluto ed efficacemente caratterizzato, nonché dalla fama popolare che gli arriva grazie al fortunato sceneggiato RAI La famiglia Benvenuti. Sempre nel 1970 Salerno inizia la propria carriera come regista con un film che ottiene un successo mondiale strepitoso. Si tratta di Anonimo veneziano, un melodramma estetizzante e ricco di contrappunti musicali che di fatto reinventa il modo di raccontare gli amori infelici per un pubblico non più popolare ma borghese. Il film è premiato con il David di Donatello e viene esportato in tutto il mondo. Le successive produzioni firmate da Salerno per il cinema non otterranno lo stesso successo mentre saranno molto più fortunate alcune sue partecipazioni televisive, in particolare la regia e l'interpretazione in Disperatamente Giulia (1990).





GLI SCENEGGIATORI

Age (il cui vero nome è Agenore Incrocci, nato a Brescia e morto a Roma nel 2005) e Furio Scarpelli (nato a Roma) sono la coppia di sceneggiatori più affermata del cinema italiano. La loro carriera inizia sulle riviste umoristiche (in particolare il Marc'Aurelio, vera e propria fucina di talenti per la sceneggiatura cinematografica), il loro esordio in coppia è datato 1949 e coincide con l'esordio alla regia di un'altra coppia di sceneggiatori provenienti dalle riviste umoristiche: il film è infatti Totò cerca casa, ed è firmato da Steno e Monicelli. In precedenza i due hanno collaborato senza apparire nei credits come autori di gags e come collaboratori a sceneggiature firmate da altri (il solo Age è però nei titoli di testa di un altro film di grande successo popolare, I due orfanelli, diretto da Mario Mattoli e primo trionfo al botteghino per Totò, girato nel 1947). Age e Scarpelli lavorano soprattutto nel cinema comico ma modificano a poco a poco il proprio modo di scrivere. Gli attori per cui lavorano, infatti, diventano sempre più importanti anche perché alle semplici battute si sostituisce via via un modo più profondo di far ridere, mettendo alla berlina il costume italiano e mescolando sempre di più la comicità alla notazione di costume. Sul finire degli anni Cinquanta, il lavoro di Age e Scarpelli diventa ancora più rilevante per il cinema italiano e contribuisce in modo decisivo a incentrare l'attenzione del grande pubblico verso momenti storici e fenomeni di cambiamento sociale che generalmente vengono ignorati dalla cultura ufficiale o sottoposti a dura censura. E' quanto avviene per alcuni film scritti con Monicelli come I soliti ignoti (1958), La grande guerra (1959), Risate di gioia (1960), I compagni (1962) e L'armata Brancaleone - restaurato dall'Associazione Philip Morris Progetto Cinema (2006), ma anche per l'8 settembre 1943 rivisitato con Luigi Comencini in Tutti a casa (1961), per la Sicilia di Pietro Germi analizzata in Divorzio all'italiana (1961) e in Sedotta e abbandonata (1964), per l'Italia dolceamara tratteggiata da Dino Risi in I mostri (1963), Il tigre (1966), Straziami ma di baci saziami (1968) e In nome del popolo italiano (1971) e per molti altri film nei quali sono coinvolti gli attori italiani più famosi. Nel loro lavoro è difficile riconoscere i contributi del singolo (anche se è di Scarpelli l'atteggiamento affettuoso verso i personaggi mentre Age è il titolare delle battute più d'effetto e decisive per la popolarità del film). Ma il valore aggiunto del loro lavoro in coppia consiste nella creazione di veri e propri linguaggi che connotano in modo decisivo le storie che vogliono raccontare: l'esempio più famoso è ovviamente il falso latino medievale di L'armata Brancaleone, ma altri esempi sono il gergo della malavita pensato per I soliti ignoti, l'amara retorica messa alla berlina in La grande guerra, il socialismo ottocentesco di I compagni, il finto gergo del giornalismo sportivo esibito da Gassman in L'audace colpo dei soliti ignoti, persino l'elenco fantasioso di tagli di capelli proposto da Nino Manfredi in Straziami ma di baci saziami. Negli anni Settanta Age e Scarpelli contribuiscono in modo decisivo a un film che riesce a essere una summa dell'evoluzione del costume italiano nel dopoguerra: C'eravamo tanto amati diretto nel 1974 da Ettore Scola - restaurato dall'Associazione Philip Morris Progetto Cinema (2001), rivisita sotto forma di commedia miti e illusioni di una generazione e risulta il massimo risultato dell'incrocio tra storia nazionale e comicità che la coppia di sceneggiatori e i registi con i quali hanno lavorato abbia saputo creare. Sempre in quel decennio i due sono attivi anche sul piano politico e sociale e nel 1977 sono tra i promotori di Signore e signori buonanotte, satira della televisione di stato che risulta però meno corrosiva e graffiante delle intenzioni del folto gruppo di cineasti che vi ha partecipato. Negli anni Ottanta i due continuano per breve tempo a lavorare insieme ma a poco a poco i loro legami si allentano. Mentre Age di fatto si ritira dall'attività e si limita ad esercitare per un certo periodo il ruolo di insegnante di sceneggiatura presso il Centro Sperimentale, Scarpelli continua la propria attività lavorando soprattutto con Ettore Scola (per il quale firma tra l'altro La famiglia nel 1987) ma anche per alcuni dei giovani più interessanti del cinema italiano tra i quali Massimo Troisi (per il quale firma Il postino, film che vincerà il premio Oscar) e Paolo Virzì (che era stato suo allievo al Centro Sperimentale e per il quale collabora alla sceneggiatura di Ovosodo).





CARLO DI PALMA

Nato a Roma e morto nella stessa città nel 2004, Carlo Di Palma è uno degli uomini di cinema italiani che ha ottenuto nella sua lunga carriera successi rilevanti in Italia e in pari misura anche all'estero, grazie alla sua capacità di rappresentare ai più alti livelli la grande tradizione del modo italiano di fare cinema. La sua carriera inizia nel 1952 come operatore alla macchina di un film realizzato in cooperativa con il regista Carlo Lizzani per raccontare un episodio della guerra di Liberazione nei dintorni di Genova, Achtung banditi, ma all'inizio degli anni Sessanta il suo nome è già quello di uno dei direttori della fotografia più bravi e affermati, capaci soprattutto di realizzare vere e proprie magie di colore. Per questo, dopo aver già firmato qualche film importante come La lunga notte del '43 di Florestano Vancini (1960), L'assassino di Elio Petri (1961) e Divorzio all'italiana diretto nello stesso anno da Pietro Germi, Di Palma viene chiamato da Michelangelo Antonioni per uno dei suoi film più difficili e belli, Deserto rosso (1964). Ancora Antonioni lo vuole per Blow Up (1966), dove paradossalmente Di Palma sembra mostrare la stessa adesione all'estetica pop già mostrata nello stesso anno in L'armata Brancaleone - restaurato dall'Associazione Philip Morris Progetto Cinema (2006). Negli anni Settanta lavora con Miklos Jancso, con Bertolucci e ancora con Monicelli, ritrovando Antonioni nel 1982 con Identificazione di una donna. A metà degli anni Ottanta si trasferisce quasi definitivamente negli Stati Uniti e inizia una collaborazione strettissima con Woody Allen che lo vede al suo fianco per molti film, da Anna e le sue sorelle (1986) a September (1987), da Pallottole su Broadway (1994) a Tutti dicono I Love You (1996). Nel frattempo ritorna in Italia nel 1994 per la fotografia di Il mostro, uno dei più grandi e difficili successi di Roberto Benigni. E' stato anche regista di alcuni film, tra i quali Teresa la ladra (1982) con Monica Vitti, ed è stato uno dei molti uomini di cinema a filmare i funerali di Enrico Berlinguer nel 1984. Ha ottenuto molti riconoscimenti in Italia e all'estero ed è stato membro nel 1992 della giuria al festival di Cannes.



CARLO RUSTICHELLI Nato a Carpi e morto a Roma nel 2004 Carlo Rustichelli nella sua lunga e fortunata carriera ha messo la firma nei titoli di testa di oltre duecento film, adattandosi con grande intelligenza ai vari generi che gli venivano via via proposti e personalizzandoli in modo indimenticabile. Il suo esordio avviene nel 1939, con un film di scarso interesse (Papà per una notte) che però mette subito in luce le sue caratteristiche migliori: un ritmo scoppiettante, un sottofondo di divertimento, una grande capacità di adattare le proprie composizioni al tono generale del film. A guerra appena finita Rustichelli diventa prontamente uno dei compositori più richiesti: legherà la sua carriera ad alcuni registi con i quali il rapporto di sintonia è totale, ma al tempo stesso saprà essere abile in tutti i generi che gli vengono proposti; dalla commedia all'avventura, dal drammatico al comico senza dimenticare l'horror, lavorando anche all'estero con buoni risultati. Il suo primo film di grande successo è Totò cerca casa, diretto nel 1949 da Steno e Monicelli. E proprio con Monicelli il rapporto saprà essere importante e capace di rinnovarsi in continuazione, con alcune marcette che accompagneranno i film corali più riusciti del regista, da I compagni (1962) a Amici miei (1975), senza dimenticare ovviamente L'armata Brancaleone - restaurato dall'Associazione Philip Morris Progetto Cinema (2006), che è forse la sua colonna sonora più riuscita. Ma è importante anche il suo rapporto con Pietro Germi, che inizia anch'esso nel 1949 con In nome della legge e prosegue con altri film importanti dotati di colonna sonora particolarmente riuscita quali Un maledetto imbroglio (1958), Sedotta e abbandonata (1964) e Signore & signori (1965) - restaurato dall'Associazione Philip Morris Progetto Cinema (1998). Ma la carriera di Rustichelli è fatta anche di un'infinità di film mitologici (notevole il commento divertito e ammiccante su uno dei film più simpatici del genere, Arrivano i titani, diretto nel 1961 da Duccio Tessari), e di western tra i quali spicca un altro film intriso di ironia e di divertimento, I quattro dell'Ave Maria (1968), che per la prima volta valorizza il grande talento comico di Bud Spencer. Ma per quanto riguarda il cinema di genere, il regista con cui Rustichelli ha la maggiore vicinanza e i risultati più eccezionali è sicuramente Mario Bava, con il quale collabora per alcuni dei suoi film più riusciti e noti a livello internazionale quali La frusta e il corpo (1964) e Operazione paura (1966). La sua carriera continua per tutti gli anni Ottanta e significativamente si conclude con Amici miei atto III (1985), diretto da Nanni Loy che riprende i personaggi creati da Monicelli e che aveva già collaborato più volte con Rustichelli, in particolare nel notevole Detenuto in attesa di giudizio (1970). Sono innumerevoli i riconoscimenti ottenuti in Italia e all'estero per le sue colonne sonore, alcune delle quali sono anche diventate dei best seller nel mercato discografico e vengono utilizzate ancora oggi per pubblicità e sigle televisive proprio perché dotate di grande valore evocativo. Grazie a questa sua propensione per un accompagnamento sonoro popolare, Rustichelli è stato inoltre oggetto di studio e di mito da parte di alcuni registi della nuova Hollywood: in particolare di Quentin Tarantino, che ha più volte notato il ruolo importante della sua musica nei film popolari che tanto hanno influenzato Pulp Fiction. E' padre dell'attrice Alida Chelli.














































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