MIO FRATELLO E' FIGLIO UNICO
Speciale cinemotore - Foto Pietro Coccia
Accio (Elio Germano) è la disperazione dei suoi genitori, scontroso e attaccabrighe, un istintivo col cuore in gola che vive ogni battaglia come una guerra. Suo fratello Manrico (Riccardo Scamarcio) è bello, carismatico, amato da tutti, ma altrettanto pericoloso... Nella provincia italiana degli anni ’60 e ’70, i due giovani corrono su opposti fronti politici, amano la stessa donna e attraversano, in un confronto senza fine, una stagione fatta di fughe, di ritorni, di botte e di grandi passioni. E’ un racconto di formazione dove sfilano quindici anni di storia d'Italia attraverso le avventure di Accio e Manrico, due fratelli diversi, ma non troppo...
Note di regia
Prima di poter parlare con un certo distacco di questo film ho dovuto aspettare di arrivare alla fine del suo percorso.
Infatti mai come questa volta mi sono prefisso di utilizzare il film come un processo di scoperta, di pedinamento, di curiosità. Questo mi ha messo nella condizione di cominciare il film con poche incrollabili incertezze.
Ho apparecchiato il set come se fosse una cena preparata con amore, con gli spunti che per le ragioni più varie mi sembravano irrinunciabili, invitando a tavola due attori, persone intelligenti e acute ancora prima che attori di grande talento. Ho steso come tovaglia una storia che riguarda me e questa nazione. Poi ho decorato la tavola con un paesaggio strano che appartiene alla memoria collettiva del nostro paesaggio novecentista. Mi sono messo ai fornelli col desiderio di sperimentare un discorso di stile basato sulla naturalezza. Come ingredienti ho usato la voglia di raccontare un film attraverso correnti emotive nascoste, il voler nascondere il tempo storico in cui la storia si svolge, ma allo stesso tempo non rinunciare del tutto ad un patrimonio che mi consente di poter alludere ad un tempo condiviso e ancora attuale. La voglia matta di girare guardando e non disegnando. Il desiderio di fare non un film politico, ma un film in cui ci sono esseri umani che parlano di politica.
Alla fine ho servito a tavola una cena fatta di questi ingredienti – alcuni sottili, altri belli sostanziosi – assieme alla decisione di voler dare il controllo del set all’occhio e non all’immaginazione. La cena è pronta: il film.
Questi elementi mi hanno portato ogni giorno sul posto di lavoro con l’intenzione di mettere in scena un evento che avesse emozioni autentiche, un grado alto di imprevedibilità, una spericolata sfida quotidiana di voler girare senza programmare, con fretta e freschezza, cambiando movimenti e intenzioni ad ogni ciak, chiedendo a operatori ed attori di sentirsi liberi di vivere la scena come se fosse qualcosa di vero. Ho – per fare una battuta che non è tanto lontana dal vero - lasciato tutti liberi di fare quello che volevo io.
Insomma, questo modo per me diverso mi ha portato a sentirmi immerso dentro la storia così intensamente, da farmi perdere la capacità di essere in grado di parlarne fino in fondo. Del resto chiedere alla scrittura di parlare di cinema è paradossale. Come chiedere all’architettura di parlare di musica, come diceva qualcuno che non ricordo chi.
Per questo taccio e lascio parlare il film.
Daniele Luchetti
Dalla parte dell'autore. Incontro con Daniele Luchetti
Come e quando hai scelto di dedicarti a questo progetto?
All'inizio è stato complesso capire non tanto come fare il film, quanto individuare quali erano le ragioni profonde che mi avevano appassionato nella lettura del romanzo. La risposta a tale questione è nel film. L'aver individuato, in un romanzo lungo e complesso, una possibile linea che mettesse me in relazione profonda con la storia è stata la chiave di avvio del lavoro. Ho cominciato a convincermi che quel personaggio - raccontato da Pennacchi - non era solo un pezzo della sua biografia, ma di una biografia italiana più generale. Di un pezzo di Italia fatta di esclusi, di fratelli minori, di ragazzini di cui nessuno aveva il tempo di occuparsi. Di ragazzi intelligenti che hanno preso la cattiva strada, che hanno obbedito a parole d'ordine efficaci e superficiali solo perchè erano alla ricerca di una identità, di un amico che li ascoltasse, di qualcuno con cui condividere il proprio tempo. Questa chiave "umana" e non necessariamente politica mi ha aiutato a trovare una strada personale ed emotivamente "mia" nella costruzione di questa storia.
Mio fratello è figlio unico non è un film politico. E' un film di esseri umani che amano, soffrono, ridono e fanno anche politica. Il film non prende posizione politicamente: racconta di persone che prendono posizione. Questa credo sia stata la mia chiave. L'elemento umano, affettivo ed emotivo al centro di tutto.
Nella sceneggiatura sei tornato a collaborare con Sandro Petraglia e Stefano Rulli. Come è cambiato, se cambiato, negli anni il vostro modo di lavorare, il linguaggio e le stesse tecniche di scrittura?
Con Sandro e Stefano il rapporto è sano e vitale. Ci si contraddice, si discute, ognuno difende le sue posizioni. Diciamo che a loro è assegnato il compito di tenere dritta la barra del timone mentre il mio è quello di supplicarli a divagare, di esplorare di qua e di là, di costringerli a mutare la rotta. La risultante di queste due rotte è il nostro percorso comune. Quando abbiamo cominciato a lavorare a questa storia ho comunicato loro che avevo intenzione di fare un film più reale ed autentico di altre volte. In questo sono stato capito, incoraggiato ed aiutato a comprendere quando nella scrittura mi stavo allontanando troppo da questa intenzione.
Qui siamo dalle parti della commedia che, secondo la migliore tradizione del cinema italiano, tiene d'occhio le evoluzioni civili e sociali del Paese. Ti sembra un genere di commedia destinato a rifiorire o ti appare invece marcato da episodi perlopiù occasionali?
Sinceramente non mi sono mai preoccupato di rientrare in un genere e se il film appartiene alla zona commedia lo è perchè evidentemente c'è nel mio modo di narrare un tendere spontaneo all'affettuoso ritratto dei personaggi. Non mi sento mai superiore ai miei personaggi, ma ne racconto le ingenuità con sincero rispetto. Altre volte ho fatto film con l'intenzione di essere divertente in maniera quasi sistematica (ad esempio ne La scuola). Stavolta invece il sorriso nasce dall'affetto. Affetto di cui ho bisogno anche per creare empatia con i personaggi e per poterli seguire con interesse, pure quando nel film non si può più ridere, perchè la storia si fa più oscura ed emotivamente intensa.
Hai messo in primo piano una coppia di attori giovanissimi e già affermati (Germano e Scamarcio) accanto ad altri di grande esperienza (Zingaretti, Finocchiaro, Popolizio, Bonaiuto). Nell'insieme una compagine molto efficace. Che linee guida di recitazione hai indicato per i principali ruoli in sceneggiatura?
Come prima cosa, ho chiesto loro di rinunciare a tutti i "trucchi" del mestiere. In questo ho cercato di aiutarli innanzitutto segnalando loro una serie di abitudini recitative che conducono verso il "mestiere" e non verso l'autenticità. Chiarito questo, poi, girando ho cercato di azzerare tutte le classiche cause di attrito, distrazione e blocco che un set naturalmente crea agli attori. Ho eliminato qualsiasi indicazione di posizione e di sguardo. In complicità con l'operatore di macchina e con il direttore della fotografia, ho lasciato loro libertà assoluta di movimento sul set. Ho girato spesso senza provare, chiedendo alla macchina da presa di seguire quello che accadeva sul set come se fosse un evento reale, senza stabilire a priori quale sarebbe stata l'inquadratura. Per mantenere la freschezza che desideravo ho girato spesso con più macchine da presa, cercando di catturare allo stesso tempo campo e controcampo, totale e primo piano, come se stessi girando una cronaca "in diretta". Così gli attori si sono sentiti molto più liberi di dare un contributo, finalmente sciolti dagli obblighi "tecnici" del set. Per mantenere freschezza spesso tra un ciak e l'altro si cambiavano le battute o la dinamica intera della scena. Questo mi ha dato la freschezza che desideravo, e un materiale molto ricco per il montaggio. Insomma, gli attori erano liberi, sì, ma di fare quello che volevo io. Infatti, tutto questo si svolgeva all'interno di un disegno preordinato e discusso in profondità sui singoli personaggi.
Nel film varie canzoni dell'epoca, tra gli anni '60 e '70, scandiscono il procedere del tempo. C'è quella finale di Nada rivisitata in splendida versione acustica. Con quali criteri, oltre alle probabili tue passioni personali, hai scelto i brani musicali e i commenti sonori?
Ho scelto una strada semplice, che è stata quella di pensare esclusivamente all'efficacia delle scene. Quando mi serviva alludere ad una atmosfera di quegli anni l’ho fatto senza paura di usare canzonette. Quando mi serviva potenziare un’atmosfera emotivamente impegnativa non ho avuto paura di chiedere a Piersanti di spingere sul pedale dell'emozione. Ovviamente tutto ciò moderato dal mio gusto personale. Non amo l'eccesso e rispettare il mio gusto piuttosto che immaginare un ipotetico gusto di un ipotetico pubblico ha guidato le mie scelte non solo nella scelta musicale ma in tutto il lavoro di regia del film.
Note di produzione
Il romanzo di Pennacchi mi è stato segnalato dalla giovane figlia di un amico. Tengo sempre molto in considerazione ciò che mi arriva dai giovani o che riguarda comunque la sfera della cultura giovanile. Del libro mi ha colpito proprio il fatto che la gioventù di quegli anni - tra i '60 e '70 - fosse molto simile, sia di destra che di sinistra, ovunque un senso diffuso di ribellione, meglio detto di "contestazione", una volontà di vivere intensamente le esperienze, di condividere le passioni in un forte spirito di comunità. Ma quasi d'improvviso quella generazione è scivolata dentro ad un conflitto da guerra fredda, soggetta a manipolazioni e devianze degenerate poi al limite della guerra civile. L'atteggiamento di Antonio Pennacchi è di grande empatia verso entrambe le parti, è capace di cogliere l'essenza più di molti altri tentativi che ancora oggi si fanno, anche in chiave parodistica, di descrivere quelle dicotomie ideologiche.
Le idee non sono tutte uguali, ma gli esseri umani sì. Quest' idea di Pennacchi racchiude in sé il senso di partecipazione, l'invito a non credere che l'avversario appartenga a una razza inferiore. A tutti noi in Cattleya il libro è piaciuto e subito l'abbiamo proposto agli sceneggiatori Petraglia e Rulli. Anche a loro è piaciuto e insieme abbiamo pensato a Luchetti. Una catena felice in cui Daniele si è inserito come in un progetto di sua ideazione. C'è stata poi una scelta accurata degli interpreti, attori sia di primo che di secondo ruolo, che si identificassero con il particolare contesto proposto. Per Cattleya rappresenta un arricchimento importante della sua library, un altro film tratto da un bel romanzo.
Qui si guarda all'Italia di ieri, quella appena dietro l'angolo e quindi ancora attualissima, prendendola non da sopra ma da sotto, non con la retorica ma con il sentimento del quotidiano, con i piccoli inconsapevoli fatti dell'agire umano. Anche qui i due ragazzi di Latina, come i giovani malviventi della banda della Magliana in Romanzo Criminale, sono una piccola parte di un ingranaggio più vasto, sfuggente, indecifrabile. Non ci asteniamo dal "film politico", partiamo però sempre da un punto di vista umano e non retorico. Ci interessa molto fare anche un cinema che è "dentro la realtà", ma quando lo facciamo il punto di vista è quello dell'individuo.
Riccardo Tozzi
cinemotore@gmail.com
|